PREMI RICEVUTI


Premio Olmo d'Oro, Biennale Asparetto di Cerea (VR), nel 1986
Premio 16° Concorso Nazionale Scultura, Pittura, Grafica, Brugine (PD) nel 1987.

 

CHI HA SCRITTO DI LUI

Giorgio Marangoni
Enzo Fantin
Riccarda Castellani
Stefano Cantiere
Roberto Massagrande
 Luciano Modena
Vera Meneguzzo
Alessandra Milanese
Nelly Forigo
Enrico Castellani
Luciano Budigna
Manlio Bacosi
Luca Santoro
Renato Civello
Mauro Innocenti
Vasco Feretti
Giorgio Trevisan


CONCORSI VINTI PER OPERE PUBBLICHE


Città di Bovolone: Monumento Mutilati, Invalidi sul Lavoro
In esposizione permanente in Piazza Pozza
Materiale utilizzato: acciaio inox


Città di Bovolone: Ceppo alla memoria di Augusto da Olio (Nomadi)
In esposizione permanente in località AIE
Materiale utilizzato marmo verde


Città di Bovolone: Monumento al Bersagliere
In esposizione permanente davanti all'ospedale
Materiale utilizzato: ferro


Città di Isola Rizza: Monumento in Memoria della Città
In esposizione permenente nella Piazza del Municipio
Materiale utilizzato: bronzo


Città di Legnago: Monumento Associazione Areonautica
In esposizione permanente sul Piazza Stazione
Materiale utilizzato: plessiglass
 

L'OPINIONE DEI CRITICI

 

FRANCESCO BERTOLINI E IL TAGLIO DIRETTO

Francesco Bertolini (in arte Bertocesco) lavora ed espone già da molti anni (1977), dopo essersi formato alla scuola di pittura e di scultura di Bovolone (Verona).
Sostanzialmente però, è un autodidatta, ma di quelli autentici, ricco di curiosità per le materie e per le tecniche e di tensioni operative, che lo portano, nell'approccio con il marmo e con le pietre, a prediligere il taglio diretto, cioè senza preparazione diun modello in plastilina o in gesso da ingrandire secondo le tecniche dei "punti"  di riferimento calcolati con la "macchinetta".

Questa scelta di fondo già dice molto della sua energia istintiva e del fatto che egli sente la scultura come forma che emerge da un vero e proprio corpo a corpo con la materia; il rapporto che stabilisce testimonia, inoltre, la volontà di estrarre dal masso, senza meditazioni, quelle forme e quelle figure che affiorano dal dialogo diretto, costante e fortemente sensitivo, con la massa e con le sue qualità di resistenza, di docilità, di durezza e tenerezza insieme.

C'è in lui, e nei suoi lavori, innegabilmente, una robusta irruenza sensoriale, che ha bisogno di manifestarsi nel"contatto"con la pietra e con il marmo, col taglio a scalpello e poi con i processi di levigatura e politura: un'irruenza che sicuramente condiziona anche le forme che crea e che vivono come sintesi spaziali e materiali di un gesto (Figura di donna, in marmo di Carrara) o in un'espressione (Polena, in Verde delle Alpi, o Viandante, in Rosso di Verona). Dell'approccio diretto questi lavori conservano, evidente, la spigolosità, la durezza del taglio, proprie di una vera"scultura"che non ama indulgere alle "tenerezze" del modellato e, piuttosto, cerca segni arcaici di risonanza della realtà.

Francesco Bertolini, per la verità, si può dire sia nato fabbro e al ferro come materia di artigianato artistico ha dedicato non pochi anni (si vedano le composizioni di suggestione arborea, con interessanti volute), ma ha sempre sperimentato anche materiali diversi, tra cui il cemento, e la possibilità di rendere il fatto plastico modulando, in particolari "colate", il ritmo figurale, arrotondando gli spigoli tendendo le forme.

In polistirolo ha compiuto ricerche su una spazialità coinvolgente ed esplodente (Si veda il disco di cm 220 di diametro"Esplosione al centro della terra"} dove si combinano egregiamente gesto pittorico e gesto plastico.

Di particolare interesse risultano anche i recenti abbinamenti tra legno e marmi, in composizioni, le"Famiglie", che diventano tabernacoli di memoria, di segreto poetico, di istintiva, ma profonda religiosità. L'idea parte dalla "casa", la casa intima in cui sono collocati gli affetti, le memorie, i simboli, gli antichi"Lari"  domestici delle reminescenze del passato, più lontano e recente, delle richieste votive, dei progetti e sogni per il futuro.
C'è in queste opere un senso arcaico che suscita una profonda suggestione plastica e diventa legame con la memoria storica e biologica, "casa" della custodia e della coltivazione dei sentimenti, occasione di eccitamento dei sedimenti profondi del ricordo personale e genetico, e dunque di riaffermazione di identità, di restituzione di un tempo lungo, contemplativo, in cui confermare e dare spessore alla propria esperienza.

Con singolare istintività e sapienza, Francesco Bertolini rinnova il senso primario della scultura quello totemico e magico-sacrale che restituisce il rapporto panico con la realtà e con la natura, un rapporto di appartenenza espresso nell'attività dell'"homo faber" che interviene direttamente sulla pietra e sul marmo intesi come emblemi della"petra genitrix" dalla quale hanno origine ogni forma di vita, ogni esperienza. Nelle "Famiglie" si impone, invece, la poetica della "mensola", del raccoglitore, quasi come una trasposizione, o anche trascrizione, emotiva e concettuale di sé in pannelli di evocazioni ritmiche di una storia personale gelosamente protetta per trovarvi le necessario referenze alla speranza e alla costruzione di futuro. Un sentimento di religiosità permea tutti i lavori, segnalando come per Francesco Bertolini la ricerca e l'espressione plastica vadano di molto al di là degli aspetti artigianali e artistici e diventino paradigmi di comportamento etico di lettura della realtà, di sostanzioso nutrimento della sensibilità e della capacità di guardare ben oltre l'apparente verità oggettuale, per cogliere - con lo sguardo inferiore - quel sempre misterioso e ineffabile senso del divino che riscatta sia la materia che la forma e le rende parte viva dell'umano e insieme viatico di trascendenza.

Padova, 1998

Giorgio Segato

 

LA PRIMITIVITÀ DI BERTOCESCO

Usa lo scalpello senza lasciare alcuna traccia dei colpi violenti. Leviga il marmo in maniera tale che la scultura pare uscire spontaneamente dal blocco pietroso bell'e pronta, con i lineamenti il più naturali possibile, le linee sinuose, i tratti delicati e così piacevolmente originali. È in questo aggettivo dal significato ambivalente che trova spiegazione tutta la produzione di Francesco Bertolini in arte Bertocesco: l'idea nasce nel cuore, passa per la testa e trova forma in opere che sono originali non nel senso di nuove e di anticonformiste, ma nel senso di vicine alle espressioni artistiche delle origini, ai prodotti delle civiltà del passato, alla statuaria genuina e un poco grezza di scultori smaliziati quali potevano essere quelli vissuti nel secoli scorsi. Sensibilità vecchia che riporta ad altrettanto antiquate credenze religiose e agli oggetti di culto che le hanno riguardate: ammirare un "Ritratto" di Bertocesco e uno dei suoi "Gobbi" fa venir in mente i totem dei popoli indigeni o certe figure antropomorfe delle civiltà aborigene.

Referenti non certo vicini, ma pare che Bertocesco li abbia ben in mente quando lavora: li si ritrova nei volti squadrati, lineari, fatti di poche incisioni quasi stilizzate, negli occhi (sempre due netti tratti obliqui), nella bocca (sempre un segno deciso che taglia orizzontalmente il marmo), nel naso (sempre un tratto energico che verticalizza il viso).

Nessun barocchismo, nessuna estrosità, nessuna espressione virtuosa: i lavori di quest'artigiano-artista viaggiano su un piano diverso, esattamente all'opposto, fatto di componenti proprie di un'arte delle origini.

Semplicità, le sue sculture sono piene di una semplicità che sfocia nella primitività candida.

Ecco quindi l'altra parola-chiave da inserire nella critica a Bertocesco, una parola che individua il suo modo di esprimersi e che consegue direttamente dalla originalità di cui si parlava sopra.

I soggetti che Francesco Bertolini propone, in effetti, sono tutti perfettamente classificabili come prodotti di espressioni antiche, riecheggianti culture lontane e traboccanti di riflessi originali nel senso, che si è detto, di primitivi.

Studiata la parte "storica" delle sculture di Bertocesco, cercati i suoi maestriispiratori, è doveroso ora collocarlo nel tempo che gli è proprio: è il mondo dei contadini, di una cultura impastata di terra e di valori genuini quello che Bertocesco propone, un mondo che egli ha conosciuto per averci lavorato, per aver immerso le mani nelle zolle, un mondo che gli ha dato la sensibilità giusta per scolpire il marmo. Si sente, guardando le sue creazioni, che sotto (o dentro) c'è un'anima contadina, la si coglie, ad esempio, nella scultura che è un abbraccio tra una madre e suo figlio: sul fusto-corpo della donna Bertocesco innesta la figura del piccolo che lega le braccia al collo della donna; una maternità che trasmette sensazioni immediate, nessun pateticismo, nessuna retorica, solo sentimento sincero e lontano da ogni inutile romanticismo. E questo modo di esprimersi, diretto, ripulito da franzoli e da idilliache parole, non è forse tipico di uomini schivi come quelli che passano la vita ricurvi sulla terra? Bertocesco è come loro: ha un'anima contadina, mette nel marmo ciò che la vita gli propone quotidianamente stimoli, situazioni, pensieri?

Spesso tristezza.

Camilla Ferro